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In libreria RICCARDO LOMBARDI, ANTOLOGIA DA "IL PONTE", a cura di Giulio Laroni, prefazione di Nerio Nesi (Ed. Biblion, 2009)
 
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VERSI DELL’OPERAIO SCARMAGNAN LUIGI DI MONSELICE

 
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Redazione
Grande Garofano


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MessaggioInviato: Mer Dic 19, 2007 4:12 pm    Oggetto: VERSI DELL’OPERAIO SCARMAGNAN LUIGI DI MONSELICE Rispondi citando

VERSI DELL’OPERAIO
SCARMAGNAN LUIGI
DI MONSELICE


Questo è il titolo originale del libretto. Esso viene riproposto nella sua intregralità – dedica e prefazione comprese – rispettando le numerose irregolarità ortografiche e di punteggiatura. Sono offerte di volta in volta possibili correzioni a dei molto probabili errori di stampa.

A VOI
NOBILI PIONIERI DEL LAVORO
CUI
ONORI TITOLI PRIVILEGI MONUMENTI
L'ATTUALE SOCIETA' BORGHESE
VI NIEGA
------
A VOI
PRODUTTORI D'OGNI COSA D'OGNI RICCHEZZA
CHE LA CROCE PESANTISSIMA SOPPORTATE
DEL MARTIRIO
NELLA MISERIA
------
A VOI
CUI TUTTO VI SI NIEGA
DEDICO
QUESTO POVERO LAVORO

L’Autore


Prefazione
Lettor "non ti farò la litania"
degli studi percorsi da fanciullo,
sol ti dirò che l'ignoranza mia
derivò da uno stipite citrullo.
Tecnica non feci neppur ginnasiale,
ma solamente un anno al comunale.


I - "POVERI VERSI MIEI"
"Poveri versi miei" dice Stecchetti
con belle frasi e metrica armonia
quand'unico cantor, i suoi sonetti
scrisse frecciando l'alta borghesia.

Che dir poss'io de' miei versi negletti
aridi aborti della musa mia,
fabbricati sul desco coi panetti
fra la gramola, il forno e la madia?
Gran brutta cosa è l'essere pitocchi
quando che nella testa unitamente
contrastano i pensieri coi pidocchi!

È brutta cosa in ver che certa gente
costretta venga assiem co' scarabocchi
lasciar la penna per saziare il dente.


II - COS'È LA VITA MAI?

Cos'è la vita mai? lieve granello
che siede sovra i campi del sagrato -
un punto imprecettibile [=impercettibile], un fiorello
che vecchio o giovanetto vien falciato.

cos'è la vita mai? È un ['] agonia
che 'l tempo inesorabil porta via.

Cos'è dunque la vita? Un dì che vole
con la pioggia, col fulmine, col sole.


III - SIGNOR LA CARITÀ!

"Signor la carità! io son digiuno,
son due dì che non mangio, ho molta fame."
Non ti dò niente và brutto importuno
o ti farò arrestar canaglia infame.

"Qualche cosa mi dia, mio buon padrone,
son senza un soldo... esco di prigione..."

Un prigionier perdio? Guardie!... gendarmi!...
arrestate costui, vuol derubarmi.


IV - PERCHÉ PIANGI COSÌ?

"Perché piangi così, perché ti duoli?"
un dì mi disse un cerbero provetto;
io gli risposi: piango i miei figlioli
che lasciai senza pane e senza tetto.

Piango la moglie mia povera grama,
piango la mamma mia che tanto mi ama.

E piango tutti quanti i poverelli
che soffron tanto e che mi son fratelli.


V - OH MIA DILETTA!...

Oh mia diletta come scende amara
cupa la notte quì sopra il mio letto!
ahi! quanto nel dolor, quanto s'impara
a vivere, chi nasce poveretto.

Il mondo è bello sol per chi ha danari,
per gli altri, credi a me, è una prigione -
lagrime, oblio, disprezzo, giorni amari
gli è dato al poverello in guiderdone.

E noi che facciam quì plebe ingannata
se non a brulicar nella ve[r]gogna?
..................................
..................................

E noi che stian quì a far sozzo lettame
se non che a procacciar agi e ricchezza?
ci appella tuttodì canaglia infame
il mondo che ei [=ci] guarda e ci disprezza.


VI - TU CREDI È VER...

Un dì mi disse un parroco briccone
con certo non so che di poffardio:
"è ver che voi non credete a dio
e ne alla nostra santa religione?"

In quanto a questa ed alla confessione
punto non ci crediam, gli rispos'io,
riguardo poi messer domeneddio
lasciamo ognuno nella sua opinione.

"Fate male, malissimo vedete
a non credere a noi" con flem[m]a lenta
mi disse, ond'io risposi a lui con quiete:

Tu credi è ver, ma l'epa tua diventa
coi capon che tu mangi grassa, o prete
mentre la nostra è scarsa di polenta.


VII - IL PAN CI MANCA

"Non odi il fischio mugghio del vento"
che reca il grido dello spavento?
Non odi l'urlo di questo sciame
che ovunque il grido reca di fame?
non senti l'ansie del poverello
che t'è fratello?

Il pan ci manca, manca il lavoro
più sulla terra non v'ha ristoro...
Questi epuloni che cor non ànno
di freddo e fame morir ci fanno...
su dunque popolo colla tua possa
alla riscossa!...
Bevilacqua, 1879.


VIII - CHI DORME

"Chi dorme, mangia, beve e veste panni”
ed abita palagi con saloni
certo non pon [=può] vedere de' coglioni
gli atroci patimenti, i crudi affanni;

Le speranze svanite, i disinganni,
le vergogne, i dolori, le oppressioni,
le paure, il timor della prigione
del poverel congiuran tutte ai danni.

E mentre il ricco passa per la via
in Doker chiuso e ben accoccolato
vicino a la sua dama in compagnia,

mentre sfarzosamente equipaggiato
ei fa veder la sua galanteria
lo guarda sol il popolo affamato!


IX - LA LACRIMA

La lacrima del core insanguinata
mi scorre per le fibre ogni momento,
e giù dagli occhi correre mi sento
una fonte di lagrime infuocata.

Già la mia vita quasi è consumata
dal soffrir, dall'affanno e dallo stento -
la morte, il nulla più io non pavento,
già volge il [=al] fin ormai la mia giornata:

Chè se m'avanza ancor qualche minuto
non fa che a prolungar quest'agonia
ahi! troppo nel dolor, troppo ho vissuto!

Come cencio lanciato [=lasciato] in sua balia
è il poverello, che peggior del bruto
lo si abbandona, ingrati, in su la via.


X - UN GIORNO

Un giorno vidi entrar ne la prigione
un giovanetto magro, pien di fame,
perché rubato avea al suo padrone
poche monete spicciole di rame.

Perché era digiuno avea rubato,
rubato avea perché era affamato.

Oh la fame, la fame è ben feroce,
ma la miseria è più delitto atroce!


XI - A MIA MOGLIE

Povera moglie mia, tu che fidente
il tuo legasti al mio povero cuore
e mi donasti, giovine innocente
del giardin di tua vita il primo fiore.

Me ne ricordo ancor e m'è presente
quel primo dì ch'io ti parlai d'amore...
quel dì che ti guardai con occhio ardente,
che ti baciai sul fronte con tremore.

Il tuo volesti unir al mio destino,
la tua vita intrecciasti con la mia
fedel compagna in quest'aspro cammino.

Un'ora sol di gioia con usura,
a questa società perfida e ria
divisi ora scontiam nella sventura.


XII - A MIA MADRE

Povera mamma mia! qual guiderdone
dio ti serbò nei tuoi ultimi anni?
serbata al pianto sol, alla passione,
a giorni amari, a lunghi disinganni.

A che valser le tue opere buone
s'or compensata sei sol dagli affanni?
o vedere languir nella prigione
un figlio del tuo cor a settant'anni?

Questo figlio per cui hai sospirato,
pianto lontano, oppure all'ospitale
quando da militar cade ammalato.

Povera mamma mia! sul tuo guanciale
quante lacrime hai tu versato
e versi ancor di santo amor figliale?


XIII - VORREI MORIR

Vorrei morir mi dice spesso il core
ma la ragion contrasta e al cor s'oppone,
si oppone giustamente e con ragione
poiché morrei nel pianto e nel dolore.

Nel pianto e nel dolor io ne morrei
senza poter baciare i figli miei,

la moglie, i genitor, i miei germani
che vivono da me così lontani.


XIV - IL CIMITERO

Son vecchio amico, il mio capello è nero,
nero il vestito ed ho la fronte oscura:
non rido mai, non piango, son severo;
io porto il lutto sempre alla cintura.

Eppure io son l'amico più sincero
dell'umano consorzio e di natura -
e se nol sai mi chiamo cimitero
che sto di casa dentro a quattro mura.

Poveri e ricchi, vecchi e giovanetti,
preti, prelati, sindaci e dottori,
servi e padroni, monache e marchese,

cavalieri, visconti, baronetti,
principesse, regine, imperatori
"tutti vengon qui d'ogni paese".


XV - LA POLITICA

La politica a' dì nostri è una sfacciata,
importuna pet[t]egola, sfrontata,
piena di cenci, lacera, bric[c]ona
e chiaccherona.

Ella va pei caffé, per le osterie;
gira di quà e di là tutte le vie,
s'introduce persin ne' botteghini
dei ciabattini.

La guardan tutti ed ella ognun osserva
parla con la padrona e con la serva,
e va trovar persino accanto al fuoco
il tronfio cuoco.

Sentir bisogna poi come schiamazza
quando si mette a predicare in piazza
offrendo a tutti un buon medicinale
col suo giornale.

Quand'esce di città qualche mattina
attillata da vera contadina
in cerca di coglioni e di bricconi
per l'elezioni

Corre di quà e di là tutta sudante
strilla, barufa come una baccante -
e quando le abbisogna un consigliere
paga da bere.

Oh! basta, basta così, perché mi pare
invece d'andar pian di galoppare,
e a dire il vero sono stanco assai
di certi guai.


XVI - IL BATTESIMO DI MIO FIGLIO.

Dopo di aver sofferto un po' di male
mia moglie regalommi un bambinello,
rassomigliante al padre naturale,
non grosso e grasso ma sottile e snello,
con un paio d'occhietti e un bel nasetto,
nato piangendo e senza alcun difetto.
In questi tempi che l'ingegno umano
esser dovrebbe acuto e raffinato,
fatto debb'esser subito cristiano
apostolico romano appena nato -
Diffatti, l'arciprete a domandare
m'ha fatto, quando vado a battizzare.
Io però che la penso a modo mio
e che ci penso poco della chiesa
e che non credo a preti, a sbirri, a dio,
di battizzarlo ho pensato senza spesa,
e senza le maniere consuete,
senza l'acqua ed il sale che dà il prete.
Veduto poi che 'l figlio vuol restare
quì sulla terra a tribulare anch'ei
pensato ho tosto di lo battizzare
senza intervento de' benigni dei.
Posto mi son dinanzi al letticciuolo
per quivi battizzare il mio figliolo.
"Nel nome di Giuseppe Garibaldi
de' prodi suoi, di quelli che son morti;
di tutti quelli eroi giovani baldi,
non nel nome di vili collitorti:
"neppur da' fannulloni papalini
ma sì nel nome caro di Mazzini.
Il signore per te sarà un gigante
uno che cerca a sollevar gl'imbelli...
Di Leonida il nome in questo istante
io ti concedo. Gli uomini fratelli
diconsi tutti - ma ben differente
è la classe plebea dalla potente.
Tu che veramente mi sei figlio
e rassomigli tanto al genitore
vo' pria di morir darti un consiglio
consiglio che terrai sempre nel cuore -
ti serverà di guida e di bastone
tanto fuori e in città com'imprigione.
"Sentir e meditar - mite parlare -
cercare la virtù ov'ella sia -
di politica mai non t'intrigare -
segui de l'onestà la retta via.
Non odiar, non calunniar; figlio dà retta,
quest'è del padre tuo la sua ricetta.
Solesino, 1883.


XVII - ASINO E PADRONE

"Senti" diceva l'asino,
"senti mio buon padrone,
vedi? non posso correre
finchè mi stai in groppone,

scendi ti prego, e lasciami
un poco a riposare"...
Ma l'altro invece l'asino
si mette a bastonare.

Allor l'astuto e docile
paziente somarello
prende il galoppo... e poscia
lesto fa un ritornello!

con quella vecchia astuzia
l'asino furbacchione
del cavalier si libera
che avea sopra il groppone.

A quella scossa insolita
l'altro la sella afferra...
poi cede... e giù precipita
lungo disteso in terra!

A quella pacca un tremito
lo coglie e si scolora...
e, in preda a quella sincope
ci stette una mezz'ora.

Quando, si è visto libero
l'astuto e reo giumento
varcò una siepe ov'eravi
un campo di frumento.

Oh avventuroso asino
dimmi qual pranzo hai fatto,
trovasti dolce il pascolo
là su quel verde piatto [=prato]?

Ve? somarel t'invidio
e in un io ti compiango,
quando il padron si sveglia
tu tornerai nel fango,

ove traesti, o misero
giumento, i tuoi natali,
ov'ebber loro origine
uomini ed animali.

Tu tornerai a gemere
sotto il baston di vigna
e avrai soltanto in premio
poca e sottil gramigna.


XVIII - "PERÒ FE BUON CORAGGIO IL CONTADINO"

Dinanzi di un portone inverniciato
un dì si stava un magro vilanzone
certamente aspettando il suo padrone
che uscir dovea di casa affacendato.

Uscia frattanto questi incapottato
certo non ci badando a quel minchione
il quale poveretto in attenzione
stava così per dir come in agguato.

Però fè buon coraggio il contadino
e in atto umil così parlò: "signore...
la sa... non so parlar... son poverino.

Dunque... vorrei pregarla d'un favore:
che m'imprestasse un po' di cinquantino"...
Rispose l'altro:- "non seccarmi l'ore!".


XIX - UN UOMO HA GIÀ PICCHIATO

Un uomo ha già picchiato e ripicchiato
alla porta del povero Dottore,
il quale appena intese quel rumore
balzò dal letto mezzo addormentato;

e quando a la finestra s'è affacciato
e disse : "chi mi vuol?" "Son io signore"
(gli rispose una voce da tenore)
"mio figlio un mal rabbioso l'ha pigliato;

"La mi conosce" sono il sagrestano"...
"Ho inteso" disse il medico, "va innante"
E fra di lui diceva : "è un caso strano".

Quando giunse colà tutto pressante
e visto ch'ebbe l'ammalato sano
rincasando esclamò: "Gente ignorante!".


XX - AD UN AMICO

Nò; non è morto ancor, amico mio,
quel poco di poeta estro bizzarro:
sceso nell'ampia vastità d'oblio
non è mio caro.

Di qualche cosa ancora il mio cervello,
non d'idee peregrine, è possessore:
sì, te lo dico, amico mio, son quello
istesso fiore.

Pianta comune in mezzo a la campagna
nato son io per non dar frutti al mondo -
o qual di rustica man fatta lasagna
da spico biondo.

Anch'io talvolta nel mio cor, possente
sento una voce di superbo ardire -
sorta appena la veggo lentamente
tosto appassire.

Io scrivo sol per mio divertimento
o per passar dell'ozio il tedio infame;
le sventure dell'uom ogni momento
canto e la fame.

Le miserie di questi campagnuoli
io veggo ogni momento e li compiango -
miseramente veggo i lor figlioli
nuotar nel fango:

Piangi mia patria l'inegual fortuna
de' tuoi figli per dio! cui son fratelli
piangi Italia la classe che digiuna
di poverelli!
S. Zenon, 1870.


XXI - A TERESA

Frammento d'un Edilio
........................
........... Oh! allor felici
su questa terra di sventure e affanni
saremmo noi.
Perché noi qui siam nati?
forse per farci l'un con l'altro danno
oppur senz'essere corrisposti amannando [=amando]?
"o senza fine trucidarci insieme."

Nato non lungi da quel paese
che tu nascesti, già lo sai, non sono -
ma l'altanimo che in petto il ciel m'ha chiuso
per la mia Patria, abbandonato e solo
me ne fuggì [=fuggii] lasciando il natio loco
per difendere anch'io l'Italo dritto.
.....................................
.....................................

Se tu rimani in questa vita ond'io
tanto aborisco e tanto mi fa noia
per lungo tempo, ti ricorda o bella,
anco di me, che per te lungamente
ho sospirato.
Allor non isdegnarti
corre dal prato qualche fiorellino
di variante color, di vario aspetto
e farne un mazzo e sulla tomba mia
piantarlo e dir: quì stan rinchiuse l'ossa
di colui che m'amò gran tempo in terra
..................................
............................ saran fantasmi
della tua mente inferma.
Ingenocchiata,
con quella testa d'angiolo innocente
chinata al suol, tu piangerai pregando.
S. Zenon di Minerbe, 1868.


XXII - LA PRIMAVERA DEL POETA TISICO.

Ritorna pure bella e fiorente
o primavera - madre del canto -
ma questo vate triste e dolente
trovi nel pianto;

ritorna pure, imbianca il prato,
d'argenteo raggio semina il fiore:
ma la ferita di sventurato
mi lasci in core.

Sente l'influsso ogni animale,
o primavera, del tuo ritorno -
io solamente crescermi il male
sento ogni giorno.

Il tuo ritorno rende un aspetto
vago e gentil sopra la terra -
ma tu mi lasci quì nel mio petto
cruda una guerra.

La vilanella ti sente ogni anno,
ognun ti sente, ognun ti ammira -
io solamente d'angoscie e affanno
mi pasco e d'ira.

Io non impreco la tua venuta,
che segna il tempo dell'allegria -
ogni speranza ho già perduta
nell'alma mia.

Quando riede la rondinella
tu primavera, getti splendore -
ma 'l reo influsso della mia stella
mi mette orrore.

Vieni; t'attendo qui genuflesso,
t'invoca un vate già moribondo -
Domani, o Morte, l'ultimo amplesso
ch'io lascio il mondo.
Solesino, 1883.


XXIII - BOTTA E RISPOSTA

D.- Poveri socialisti disgraziati
soffrite e l'odio vostro in cor serbate,
che forse verrà dì che ai potentati
mangiar farete cavoli e patate.

R.- E noi se non verremo fucilati
innalzerem perdio le barricate,
s'azzufferen coi birri e coi soldati
fra il rombo del cannon e schiopettate!

D.- Che ne farete quindi dei borghesi,
dei preti, camorristi e mangiapani,
di quelle genti insomma a voi scortesi?

R.- Solleveremo i forti popolani
e tutta quella turba degli offesi...
e li faremo far da copocani*.


XXIV - A VITTOR HUGO

Ei non è più! quel grande letterato
che la Francia onorò coi suoi natali.
Di tutta Europa l'uomo più scienziato;
quegli che il ciel toccò quasi con l'ali

del pensiero. Colui ch'ha scoperchiato
dell'acume i profondi penetrali...
quegli per cui la terra ha lagrimato... -
l'autor de' Miserabili immortali.

Sferzò co' scritti suoi troni e corone,
le grandezze feudali, i potentati,
l'indipendenza dell'Idra in sua magione.

I squallidi tuguri, insudiciati,
tribunali, taverne, rea prigione
dinnanzi a lui si sono spalancati.


XXV - GUERRA ESECRATA

Guerra esecrata, infame, maledetta,
pestilenza di popoli e rovina
ove nascon gli eroi fra la rapina,
fra la stragge, l'eccidio e la vendetta.

Dolce nome di patria benedetta
ài sulla bocca tua che t'insanguina
e dall'orribil tua carneficina
piangendo Umanità fugge costretta.

Guerra esecrata, maledetta, infame
cui tante madri son de' figli orbate
agio recando a pochi e a molti fame.

Ma se oggi nascon cavoli e patate
dal suol ove racchiude tanto ossame
forse un dì sorgeran le barricate!.


XXVII - QUEST'IO, L'ESSENZA.

Cos'è quest'Io che nella testa io sento,
questo spirto potente agitatore,
che nel cervello circola e nel core
risponde un eco di lamento?

Cos'è quest'Io per cui ogni momento
una voce risponde di dolore?
questo fiero e crudele accusatore,
che ora n'esulto ed ora mi spavento?

Quest'io, l'Essenza, l'Anima, la Vita,
i movimenti, gli atti, la parola
son tutti quanti una sol cosa unita.

Quando però col cuor muore la speme
credete pur ad una cosa sola
che muore l'Io con la materia assieme.


XXVII - VEDI LÀ

Vedi là quella turba di pezzenti
che brancolando van pel reo letame
pallidi, curvi, gialli, macilenti,
oppressi dal dolor pieni di fame?

Quelle, se non lo sai, son quelle genti
che si fanno comprar per poco rame,
che una turpe camorra di opulenti
appella tutto dì canaglia infame!

Ma verrà dì che tutto pagheranno
questi previlegiati mangiapani
e le lor colpe tutte sconteranno.

Vi getteranno in faccia a piene mani
il fango, la vergogna onde sapranno
a imaginar gli offesi popolani.


XXIX - A CHE FILOSOFAR?

A che filosofar sopra l'inganni
se il mondo è ancora pien di pecoroni?
e vive ancor fra noi idre e tiranni,
se regnan le ingiustizie e le prigioni?

Solo natura può lenir gli affanni
cangiando le montagne in macaroni!
però ste cose dureran molti anni
finchè nel mondo vi saran padroni.

A che filosofar se umanitade
si confina soltanto sui giornali
o riminga [=raminga] si lascia per le strade?

A che filosofar sopra i mortali
se l'egoismo tutto il mondo invade
se peggiori noi siam degli animali?


XXX - QUANTI INNOCENTI...

L'uom che non sa che cosa sia prigione
egli è davvero un uomo fortunato,
poiché meglio è morir ch'essere cacciato
per forza vivi in questa rea magione.

Quand'uno è qui rinchiuso, per ragione
ch'egli abbia, ei vien considerato
d'aver le leggi o codice violato -
quest'è de' magistrati l'opinione.

Vera o falsa, l'accusa omai gli pesa
sopra le spalle come un reo fardello
e conto ei deve dar di quell'offesa!

Quanti innocenti presi nel tranello
della ingiustizia vengono a contesa,
oh quanta falsità viene a capello!


XXI - UNA MAN LE CACCIÒ...

Panciuto e pigro come un animale
e rubicondo come un reo prelato
dopo d'aver benissimo cenato
mandò la serva a chiudere l'usciale.

Al fuoco ei s'accostò, dove un boccale
vi era pieno di vin di quel moscato -
fischiava un vento fuori da dannato
e la pioggia cadea giù dal grondale.

"Senti" diceva il parroco alla donna
"come che tira il vento..." e all'improvviso
una man le cacciò sotto la gonna...

La serva allor gridò: "O paradiso,
sant'Ermolao, santissima madonna!...
e con le mani si coperse il viso.


XXII - DISDORO?!?

Sant'ermolao di certo è un bel paese
di commercio, di donne e di buon vin,
se non ci fosse immezzo un birichin
noto e palese;

palese e noto a tutto il vicinato
che merita vent'anni di prigion...
una cangalia [=canaglia], un ladro... ed è birbon
matricolato.

Volete il suo ritratto? in poche righe
ve lo dipingo giù senza penello:
è un vampiro, un'arpia, con del cervello,
è un catabrighe!

Un uom sull'età di cinquant'anni
con barba lunga e con capei d'argento...
porta le corna e par che sia contento!
vive d'inganni.

Come ben si distingue un gruppo [=grumo] d'oro
da una mota di fango inzaccherato,
così conosce bene il vicinato
chi sia Disdoro!
Solesino, 1884.


XXXIII - INVERNO

Lento, lento pel ciel d'orrido aspetto
s'avanza un ombra che 'l tapino atterra,
in varie forme giganteggia in terra
e cangia il mondo ogni tristo oggetto.

Tetro il cielo divien d'ogni subietto,
e in varie foggie ogni mortal si serra:
al placido seren vedi far guerra
orribilmente il freddo maledetto.

Nebuloso il ciel divien, oscuro e fosco,
gli albori s'increspa, il prato imbianca
e divengon le vie tetre e fangose.

Più non vedi fiorir pel verde bosco
i teneri arboscelli, [s]ù tutto manca
la fragranza e l'olezzo delle rose.
Solesino, 1884.


XXXIV - VISIONE

1

Sul verde marginel del ruscelletto
trovai seduta la fanciulla mia:
lunghi sospir le uscian dall'anscio petto,
presagio certo di melanconia.

Era quel sito un piccolo boschetto
tutto coperto da una spessa ombria;
scherzava entro le fronde il zeffiretto,
e l'acqua intanto del ruscel fuggia.

Legger me le appressai. La mi sembrava
una cosa di ciel e non terrena...
ero solo con lei ed io l'amava.

Allor io mi curvai dietro la schiena
di lei, che sospirar continuava
come chi è preso d'affannosa lena.

2

Alfin ruppi il silenzio e la chiamai
piano, con voce bassa, e non m'intese -
rinnovai la chiamata e la toccai
con le mie dita leggermente tese.

In piedi ella balzò - e i dolci rai
fissommi in volto e per le man mi prese...
Era bella e divina!... ond'io tremai
per lei ch'era la casta del paese.

"Vedi" mi disse " ingrato, son due ore
che io ti attendo in questo paradiso
ove imparai conoscere l'amore!"

Dalle sue labbra uscia dolce sorriso
di voluttà... io me la strinsi al core
e tutto le innondai di baci il viso.

3

Eravamo appoggiati a un arboscello
stretti, serrati come due narcisi...
Io levai dalla tasca il mio coltello
e i nostri nomi sulla pianta incisi.

Queste parole io dissi: "Almo Fiorello
fidanzato e promesso a Fiordalisi!"
Mentre l'acqua fuggiva del ruscello
toccavansi fra loro i nostri visi.

Eravamo da tempo in sulla riva
muti, senza parlar ed abbracciati,
e l'acqua intanto del ruscel fuggiva.

Gli augelli s'era tutti accovacciati
nei nidi lor e e 'l giorno si moriva [=nei nidi loro e 'l giorno si moriva]:
allor soltanto noi ci siam lasciati.


XXV - SOPRA UN COLLE

Sopra l'ultima vetta d'un bel monte
un dì salito dal desio spronato,
A riguardar mi diedi da ogni lato
l'azzurro ciel, la terra e l'orizzonte.

Porgeva la natura la sua fronte
bella e ridente al mondo affascinato.
Immensa è la bellezza del creato
quando di pace lascia le sue impronte!

Rivestita di verde la pianura
riguardavo con gioja e gli arboscelli,
le colline, i vigneti e la vallura.

Frattanto garrulavano gli augelli
in fra le piante dolci e la frescura
ed io m'addormentai frammezzo a quelli.


XXVI - FUORI DI STOFFA...

Quando regnava Checco imperatore
non si poteva parlare liberamente.
Lo sapevam egli era un oppressore,
un Unto del signore, un prepotente!.

Ora che quì comanda altro signore
la cosa è ben chiara e differente
poiché vestiti quasi d'un colore
noi siam, tranne poca gente.

Un vestito però fatto a la buona
fuori di stoffa, dentro mingherlino
una specie di pelle e d'ossatura.

Chè se talor lo stomaco c'intuona
la canzon de la fame, un bicchierino
d'acquavita prendiam di quella buona.


XXVII - ESALARE VORREI...

Sposa vorrei morir, ma a casa mia,
vicino a te, vicino a figli miei
e mille abbracci ancor dar ti vorria,
e dirte mille cose anco vorrei.

Dei nostri figli ti vorrei parlare;
ed insegnarti amor di perdonare.

Vicino ai figli a te stretto abbracciato
esalare vorrei l'ultimo fiato.


XXXVIII - LA POLENTA.

Sorge dai campi grassi del vallone
una canna sottil, alta, nodosa,
con barba e frange e testa pennacchiosa,
che quì da noi si apella frumentone.

Produce i frutti suoi nella stagione
autunnale, incantevole, pomposa...
Scorza appuntita, ruvida, pelosa
con la pannocchia gialla e un bel granone.

Battuta, sgranellata e macinata
minutissima polvere diventa:
però più bell'è allor ch'è tamisata.

Mescolata con l'acqua e a fiamma lenta,
voltata, rivoltata e bastonata
bella uscirà fumando una polenta.


XXXIX - A MIO FRATELLO.

Eppur solo non son nella mia cella,
ho per compagni dotti e letterati -
la solitudin poco mi martella
poiché leggo de' libri assai pregiati.

E se talvolta poi mi si ribella
tristi pensieri, tosto ricacciati
vengono d'altri quì ne la lor cella
e cheti stan, tranquilli e rassegnati.

Qualche volta però giù dalle ciglia
mi scorre 'l pianto e 'n sen mi batte 'l core
per la cara e diletta mia famiglia.

Per la mamma, per te, pel genitore,
in tutte le mie fibre s'attorciglia,
com'edera alla pianta, il mio dolore.


XL - IL LADRO.

Cupa è la notte - la pioggia cade
deserte sono - tutte le strade:
sibila il vento - sempre più forte -
la gente han chiuso - balconi e porte...
un uom cammina - con precauzione.
È il reo ladrone!.

Ha l'occhio linceo - legger il piede
gli orecchi intenti - furtivo incede.
ora va piano - corre talvolta,
talor si ferma - e attento ascolta:
balza talora - dietro un cantone -
È il reo ladrone!
Ha nella tasca - dei chiavistelli,
nell'altra tiene - chiave e scolpelli [=scalpelli],
quando la meta - egli ha raggiunto
tien la pistola - carica in punto,
poi gira attorno - l'abitazione
Il reo ladrone !

Tien nella destra - il reo scolpello [=scalpello]:
Con la sinistra - leva un quadrello
ne leva un'altro - un'altro ancora,
finchè quel muro - tutto perfora;
e nel pertugio - l'orecchio pone
Il reo ladrone!

E pian[o] piano - entra in la stanza
con precauzione - egli s'avanza.
L'ultima volta - ascolta attento
e intanto fuori - sibila il vento:
accende il lume - con precauzione
Il reo ladrone!

Anima vile - vil disgraziato,
povera gente - hai derubato,
chè tu recasti - non lieve danno,
ahi! domattina - lor piangeranno...
Va pur! ti attende - là la prigione
O vil ladrone!
Solesino 1884


XLI - A MIA MADRE.

Povera mamma!!! a vivere sforzata
in questi tempi di miseria e fame -
tergi quel pianto deh, mamma adorata
che 'l nostro troncherem orrido stame.

Tu mi sgridi perché la patria mia
ho amato, amo ancor ed amerò,
più di te, te lo giuro mamma mia
un sacro e dolce affetto io serberò.

Povera mamma!!! sventurato un figlio
a crescerti il dolor solo t'è nato -
tu sovente piangevi, il suo periglio
quando cingeva l'arma del soldato.
Povera mamma!!! di dolor verace
era pieno il tuo cor pel tuo figliolo:
....................................
....................................

Ti ricordi mia mamma, allor ch'io venni
reduce di Custosa e senza merto?...
Che tutta nelle braccia io ti sostenmni
che hai tutto del tuo cor l'estasi aperto?

Esultavi di gioia, ed io tacea:
tu mi dicevi, alfin figlio se' mio -
e tutta t'immergevi in quell'idea
e tutto quel passato era un'oblio.

Povera mamma!!! tu speravi, è vero.
che 'l tuo figliol riedesse almen felice:
ma ad ogni dì il vedevi più severo,
ogni giorno il vedevi più infelice...

Non maledir la patria mamma mia...
la Patria è cara a tutti se nol sai.
L'ansie, i dolor qui sulla terra oblia
pace e riposo in ciel soltanto avrai.
S. Zenon di Minerbe, 1868.


XLII - AD UNA GIOVANETTA

Vaga gentile Amalia
permetteresti un canto?
ridirti ò sol dell'anima
l'affanno, il duolo, il pianto:

so che a una mente vergine
parlar d'affanno è male -
ma che vuoi fare? l'ultimo
di questo vate è il vale.

Del cor gl'incomprensibili
moti chi può ridire?
Chi avezzo è a non sorridere
certo non può gioire.

E chi l'amaro calice
bevuto ognor non à
della sventura intendere
l'affanno ancor non sà.

Io che provai col turbine
i procellosi eventi
io che ferita ho l'anima
da duolo e da lamenti.

Lungo ed amaro è il vivere
del misero poeta,
dimmi chi sa compiangermi?
chi di me sente pieta?

Scusa diletta Amalia
se ti contristo il core,
sopporta: compatiscimi
se ti recai dolore.

Felice, me, se un sintomo
nutri per me, un affetto
se potrò un giorno stringerti
una sol volta al petto.

Oscuro ed aspro è il tramite
che mi rimane a fare -
ahi? non so quante lacrime
mi toccherà versare.

Non v'ha nessun che tergere
possa del core il pianto -
altro non ho che attendere
un posto al camposanto.

De' miei verd'anni il fascino
sol veggo ora appascito,
l'anno trentasettesimo [=ventisettesimo]
mia cara ho già compito.

I lieti dì a rinascere
omai più non potranno,
tenacemente crescermi
sento il dolor, l'affanno.

Tutto è rivolto in lacrime...
Per tutto un vuoto io sento,
mi pesan gli anni agli omeri
io mi trascino a stento.

Sol mi rimane, ai misero!
la quiete della sera
nell'ora in cui 'l crepuscolo
manda la sua preghiera:

è allor che i campi rapidi
scorre del firmamento
l'ingegno mio, il mio genio
l'ali vincendo al vento.

Allor raccolto al tavolo
con la mestizia in core,
allor soltanto rapide
del tedio fuggon l'ore.

È allor che i pensier liberi
escon dal petto mio -
allor ridesta l'animo
ogni gentil desio.

e parmi allor che un angelo
mi [=si] segga immoto alato,
allor mi preme un tremito
nel cor gentile e grato.

Ma allor che vo per stringerla [=stringerlo]
rata [=rato] si fugge e: "addio
poeta infelicissimo
lassù ti attendo ! addio!"
Bevilacqua, 1869.


A P P E N D I C E

I - SCRITTI SPARSI. (1)


1 - La situazione del socialismo nel Veneto.

Se non ci fosse un po' vivo il Polesine e un pochetto il trevigiano, il Veneto si potrebbe chiamare il gambero del progresso. Verona, Vicenza, Padova unitamente ai suoi circondari, comuni, frazioni, villaggi sentono rare volte il bisogno di reclamare contro la borghesia, infame retaggio austriaco. L'operaio cittadino generalmente pauroso di sè non muove apertamente lagno al proprietario, che se talvolta stanco dell'insulto beffardo del suo padrone, soffoca entro di sè lo sdegno maledicendo segretamente quello, la società e tutta la stirpe umana. Chi ne va di mezzo poi è la famiglia. Quando è arrabbiato col padrone se la piglia con la moglie, coi figli, coi fratelli minori, gente tutta che stanno ai voleri di quello. I lavoratori di campagna non sognano supporre che avvi nell'Italia gente che si occupano per la loro Redenzione economica, per la loro emancipazione. Essi sono come il bue e peggio. Lavorano continuamente contenti dello stato miserando in cui si trovano. Lavorano senza speranze senza idee, senza scopo e quando passato ànno l'inverno più contenti di una pasqua si tengono fortunati e felici ringraziando il loro Signore il quale tenne loro lontano le disgrazie. Queste disgrazie minacciate le mille volte dai pulpiti, dagli altari, sono per la gente di campagna la tempesta, le saette, gli uragani, la peste, la brina, la siccità, la pioggia, il fuoco, l'inondazione, il colera, la morte, il diavolo che li porta via.
Parlate loro di associazioni, di società, di riunioni, di gruppi, di socialismo vi risponderanno «che sono queste cose? È roba che si mangia?!» Il popolo più ignorante è il più vigliacco. Quasi in tutti i paesi del Veneto, fatto le sue poche eccezioni, sono in questo stadio le cose di oggigiorno*.


2 - I sepellitori della borghesia.

Questi tempi sono critici e difficili a conoscersi. Dio abbandona l'uomo in balia di se stesso. Tanto è vero che siamo Ritornati al tempo della ricostruzione della torre di Babele. Non siamo capaci di intenderci - pazienza noi che [non] abbiamo alcuna responsabilità, ma non sanno intendersi quei di Montecitorio - che mi sembra ci guidino malissimo male... La deve andare così - chi vuole regnare a dispetto altrui - notisi che questo altrui è quell'immenso popolo che sofre fame freddo e galera... Chi, dico, vuol regnare così non fa che scavarsi la fossa sotto i piedi e noi lo giuriamo faremmo da sepellitori!... e poi come possono durare così le cose se siamo tutti stufi di sopportare il peso che i nostri agonizzanti padroni ci caricano sopra le spalle? l'umana razza à bisogno d'un nuovo battesimo non d'acqua, ma di sangue, d'un sangue non torbido e paonazzo puro, chiaro e naturale - preparato è il nuovo battesimo ov'entro è già riposto il liquido pel nuovo battesimo... Oh ma dove vado di questo passo? a toccare le nubi... sono tristi memorie dell'avvenire che il mio cervello va ritoccando di quando in quando per non farmi obliare un tempo che verrà... diamo un'occhiata a volo d'uccello a questo paese ove il sì non suona.
Il Sindaco persona prima li fanno fare la marionetta - l'infelice comparsa... seconda persona tra il sì e il no - mena la barca mercè il timoniere - il religioso (i romagnoli dicono religioso al majale) e la compagnia bella di capitani nautici - ciò che ieri s'è detto oggi si disdice - ciò che ieri àn fatto oggi tornano demolire - infatti è una bella maniera cotesta d'amministrare un Comune...
Disgraziatamente quasi tutte le società dell'umana famiglia sono composte di elementi eterogenei, per cui le società operaie sono costituite da signori, proprietari, avvocati e sfruttatori i quali ad ogni costo non vogliono l'emancipazione dell'operaio - perché l'agglomerazione e l'organizzazione delle grandi masse dei lavoratori le mettono spavento - nel principio di queste società erano belle e sante - quando si combatteva per l'unificazione della Patria, per la nostra Redenzione - ma ci siamo ingannati! i tempi cangiarono pessimamente gli animi dell'individuo - mistificazioni - soprusi - inganni! e la Legge... è fatta solamente per coloro che la fanno - l'operaio, il povero, il miserabile non trova la legge ove sta scritta e giacchè il lavoratore è così male retribuito - malissimamente compensato - è d'uopo pensi reggersi da sè".


3 - Il pianto del povero.

Povero è vero son nato anch'io
Ma sarò sempre figlio di Dio:
fin dalla culla ove son nato
quattro pareti ho trovato orride e nere.
Mi vidder nascere; oh tristi sere
scarso di tutto, nudo e tapino, fu il mio cammino.
Più volte un pane ho chiesto invano
a questo e a quello prestai la mano
scarpa mercede ebbi da uomo più galantuomo.
Lacrime di sangue quest'erma terra
di questo povero sempre rinserra.
Piansi, soffersi, desiai la morte o triste sorte.
Sotto l'incubo d'orrido fato
vissi e rimasi diseredato.
O sorte barbara, sorte sbiadita della mia vita.
Del mio mattino si è fatto sera
fra lungo verno e la primavera
con ansie continue passa l'autunno e scopre digiuno.
Nel gelo orrido del basso verno
io vidi aperto tutto l'Averno
curvai la fronte spensi le fiamme della mia fame.
Ma al fine scosse le mie risorse
t'attendo inesorabile morte
qui sulla terra morir io devo senza sollievo.
Povero e misero nato son io
d'avversa sorte da fato rio.


4 - Il prete.

Prete vuol dire canchero e malanno
prete vuol dire perfidia e seduttore
questi falsi ministri del Signore
vivon d'inganno!.


5 - L'affiliazione di Scarmagnan al partito socialista anarchico.

Il sottoscritto alla presenza di due testi la cui onestà e convinzione sono note al partito intero... dichiara essersi volontariamente presentato al ... dichiarandosi egli pure ... [socialista anarchico]. Per cui a tale dichiarazione io ... fidente come fui sempre, lo feci riconoscere ai capi... del partito... [socialista anarchico] veneto e della cui confidenza il sottoscritto ne tenne cara come cara ne terrà sempre la segretezza. *


6 - Gli eserciti.

Gli eserciti permanenti sono la rovina delle nazioni. Essi disanguano i popoli, rubano i figli più robusti, strappano alle famiglie più povere parte di quelle braccia che guadagnano e contribuiscono allo scarso nutrimento dei loro vecchi e de' loro piccini. Mietono tante vite, apportano tanti guasti, distruggono e riducono l'uomo con la sua inesorabile disciplina a commettere atti violenti, atroci misfatti, truci delitti. Oltre a ciò, dite poco, che possibilità, quali vantaggi danno alle nazioni quell'immense migliaia di uomini che vestono una divisa che sono chiamati esercito?


II - DECALOGO
DEI CONTADINI
MANTOVANI.


1 - Io sono il Dio tuo.- Il socialismo espressione più pura e sincera del vero e del bene, è il Dio degli oppressi.

2 - Non avrai altro dio avanti di me.- Senza il socialismo continuerai la tua vita di dolori e patimenti perché è in questo mondo che esiste il paradiso e l'inferno; vi è il paradiso pel ricco che non fa nulla e se la gode, vi è l'inferno per chi lavora e patisce la fame; ed il socialismo, che è il vero Dio degli oppressi, non potrà venire se l'ozio non sarà condannato ed il lavoro remunerato.

3 - Santifica le feste.- Lavorerai sei giorni alla settimana e nel settimo santificherai la festa coll'istruirti la mente; coll'edificarti il cuore, perché il popolo istruito è sempre potente e rispettato, l'uomo educato è sempre onesto e morale.

4 - Onora il padre e la madre.- A coloro che ti diedero la vita assicura l'esistenza nella vecchiaia; stabilisci delle Casse-pensioni (intendiamo quando non sarà più defraudato la mercede dell'operaio) pei vecchi e per gli inabili, perché tu pure diventerai vecchio ed impotente al lavoro.

5 - Non ammazzare.- Le guerre fra popolo e popolo sono sempre infami perché conducono al macello degli innocenti e dei fratelli, cerca quindi di ottenere l'abolizione degli eserciti permanenti che ti strappano dal seno il figliolo vigoroso che ti sostenta per fare un cieco strumento, e sia pace fra gli uomini perché nella pace sta l'amore ed il benessere.

6 - Non fornicare.- Non permettere che altri si valga della tua opera per arricchire, del tuo lavoro per fare l'ozioso; pensa che tu hai una famiglia da mantenere e che se altri vogliono vivere abbiano anch'essi a lavorare come tu fai.

7 - Non rubare.- Non rubare e non lasciare che ti si rubi; imperocché è da minchione lasciarsi portare via il frutto dei propri sudori da colui che nulla produce, e che se la spassa e si diverte l'intero giorno senza mai pigliare in mano né la zappa, né il martello, né la penna.

8 - Non dire il falso testimonio.- Non credere ai preti, perché essi sono i falsi testimoni che predicano il digiuno e i patimenti ed ingrassano alle tue spalle; non amare i despoti, perché essi sono i falsi testimoni della volontà popolare, ed il popolo per migliorare e progredire verso il bene deve essere libero e padrone di se stesso.

9 - Non desiderare la roba d'altri.- Non lasciare che altri desideri la tua roba e i tuoi diritti; cura quindi l'abolizione dei privilegi di qualunque sorta essi siano, e cerca di ottenere la tua uguaglianza basata sul lavoro.

10 - Non abusare della debolezza altrui.- Rispetta la donna e gl'impotenti: perché la donna ti dà l'amore e i figlioli e perché gl'impotenti sono disgraziati, che bisogna sostenere e risanare.

Alla mattina quando ti alzi, alla sera quando riposi, recita e fa recitare dalla tua famiglia i comandamenti del Socialismo; e quando essi saranno da tutti conosciuti e messi in pratica, allora l'onestà sarà premiata, la cattiveria punita; allora otterrai il pane per te e per i tuoi e vivrai quieto e tranquillo sopra questa terra.
E ricordati anche e soprattutto delle virtù del popolo che sono:
Libertà, uguaglianza, fratellanza; con esse farai il vero segno della santa croce di così sia!
Lavoratori, organizzatevi, moralizzatevi e a suo tempo insorgete.


Padova 20 aprile 1885.
Tip. Bacchiglione.



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